4 VOLONTARI E “IL CONTINENTE NERO”…

MARZO 2014: AIDI, DEBORAH, GIULIA E ANDREA
PARTECIPANTI AL PROGETTO GIOVANI SOLIDALI*
SONO VOLATI A JAMBIANI.

ECCO LA TESTIMONIANZA DI AIDI…

Il continente nero. Che poi di nero ha ben poco…
Se vi mancano i colori un salto all’Equatore dovreste proprio farlo. Parlo sinceramente, anzi scrivo, rannicchiata sul terzo cuscino del divano di casa mia. In questo momento mi guardo bene dal mettere fuori il naso. Non è giornata. Senza tirare a indovinare, a causa della mia meteoropatia. Il fatto è che cercare di sfidare il diluvio universale non si può proprio definire una delle mie attività preferite. È una battaglia persa. Ingannando ogni legge della fisica, la pioggia riesce a raggiungerti e colpirti da tutte le angolazioni possibili. E se, nonostante tutto, cerchi ancora di salvaguardare l’integrità delle tue belle scarpine, aggirando con astuzia le pozzanghere senza ritorno, non ti preoccupare. Ci penserà un camion di 30 tonnellate in ritardo sulla tabella di marcia a sfrecciare al tuo fianco. Come potete capire, una giornata di pioggia per me non può promettere nulla di buono…

Ed è così, mentre guardo il grigio che regna fuori dalla finestra, che ripenso con un sorriso all’Africa. Anzi al mio arrivo in Africa. Ovvero metà mattina di un giorno di marzo, aeroporto di Stone Town.

Siamo in 4, “giovani solidali” diretti a Zanzibar, un po’ di ore di volo, qualche scalo e poi l’arrivo.
Afa e luce. Il sole qui non è un puntino lontano tra le montagne, non sembra nemmeno lo stesso: è incredibilmente caldo, incredibilmente vicino. Tutto è più luminoso. Soprattutto il verde, dell’erba e delle palme, è intenso, vitale. Sono immediatamente contenta di essere qui.

Ritornando a me e al mio divano, penso invece che da noi è tutto più grigio, anche quando è bello. E sono grigie le persone. Non di colorito intendo, anche se qualcuno a volte ci va vicino, ma di spirito. Probabilmente non starò dicendo niente di nuovo, ma non posso farne a meno. Non capisco perché i colori dalle nostre parti si siano persi. A volte socchiudo gli occhi un attimo e osservo. Tutte le persone si confondono in un mix di sfumature che vanno dal nero al grigio, forse marrone, che tristezza.

Per chi non c’è mai stato vorrei ora tentare di spiegare cosa vuol dire camminare attraverso un villaggio africano, invece.
La vita si svolge completamente in strada, sotto la luce del sole. D’altronde in una capanna d’argilla c’è poco da fare…
Lo sguardo viene subito catturato da una varietà infinita di negozi che espongono in bella vista la loro merce. Tra tutti, i miei preferiti sono i banchetti di frutta e verdura. Zucchine, pomodori, banane. Verde, rosso, giallo. Frutti della terra che le donne coltivano nei villaggi e vendono lungo le strade principali.

Ed eccole poi, loro. Le donne. Potrei piazzare qua una bella foto, ma forse è meglio se risparmio la cartuccia della stampante e ve ne parlo. In fondo non è poi così difficile immaginare. Innanzitutto è impossibile trovarle sedute a non far niente, attività che pare invece particolarmente consona all’indole maschile. Sono instancabili lavoratrici, lavorano nei campi e lungo la spiaggia e ovunque risaltano agli occhi dello straniero. Perché i loro vestiti sono cangianti. Mille figure, mille colori, vivacissimi. E tutto ciò è perfettamente armonioso, vivo per lo sguardo…

E ora di nuovo, chiusa in casa, mi chiedo perché noi ci siamo permessi di perdere i colori. Laggiù niente è grigio. E te ne accorgi. I colori si riflettono nei sorrisi delle persone, dei bambini. Nella curiosità, nell’accoglienza. Nei rapporti. Per me è questo il famoso “mal d’Africa”. Il calore che viene dalla terra e dalle persone. Sentirsi a casa, pur essendo a 12 ore di volo di distanza. Pur ritrovandosi in un altro mondo. Ho mangiato seduta a terra, in compagnia delle onnipresenti galline spennacchiate. Letto al lume di candela. Camminato nella più totale oscurità. Ho visto povertà, essenzialità. Case senz’acqua, capanne di pietra. Una clinica e un unico dottore per migliaia di persone. Mucche scheletriche e autobus fatiscenti…

Ma tutto questo senza che le persone si lasciassero scappare l’allegria, ed è così veramente, senza perdere mai l’occasione per un sorriso.
Credo sia questo che dopo un mese mi sono tenuta nel cuore: un mondo variopinto.
E una riflessione.
Che, forse, chi non ha niente ma sa vivere a colori, ha capito tutto dalla vita

>>> Aidi, volontaria a Jambiani, marzo 2014

PER SAPERNE DI PIU SUL PROGETTO “GIOVANI SOLIDALI” CLICCA QUI!

ECCO LE FOTO!