Elena: COME NELLA CORDA I FILI DELLA NOCE DI COCCO

Oggi è già inverno, me l’ha detto la marea, che da qualche settimana comincia ad accarezzare la terra a ore sempre più tarde durante la notte e la lascia ai nostri giochi ancora umida nel pomeriggio.
Il gallo del signor Muba, come ogni mattina canta il suo ritornello e mi trascina via dal sogno che stavo facendo. Ero su un’altalena arancione e sorridevo agli uccelli nel cielo cercando di volare con loro.

Lentamente, sposto verso il bordo della stuoia il piedino di mio fratello Haji, che ha dormito tutta la notte sulla mia pancia. Mi avvicino alla schiena di mia sorella Aischa, che nel suo solito tepore mattutino emana un profumo di chiodi di garofano e cannella.
Questo è il buon giorno per me, insieme al profumo di chapati  che la nonna prepara con primordiale cura e lascia cuocere sul fuoco per ore. Mi stropiccio gli occhietti, indosso la divisa cobalto e celeste e a piedi nudi mi incammino verso la scuola.“Ecco Samira e Fasili!”. Mi unisco a loro e in fila allineiamo i nostri piedini d’ebano che frangono impazienti le onde pungenti della strada sterrata.
Appena aperto il cancelletto di foglie di palma intrecciate, mi tuffo senza esitazione nel musicale abbraccio di colore dei miei compagni. C’è Miriam, Key, Mouhammed, Amouri, pronti a vivere un nuovo giorno, qui, con me, a Jambiani. La maestra Riziki ci chiama in classe con gesti da danzatrice e comincia a fare l’appello.
Non manca nessuno! Oggi tocca a me andare alla lavagna e scrivere la data. Mi alzo e prendo il gesso, prima di scrivere però mi volto verso i miei compagni, le loro testine, una vicina all’altra, piegate all’ingiù, in attesa di scrivere, sembrano i ricami di una trapunta, una trapunta ricamata che non si sfilaccerà mai.

Oggi è il sette agosto 2009. Io siedo al primo banco, vicino alla porta. Improvvisamente sento dei suoni strani provenire dal cortile e il maestro dire “karibuni! ”, dev’essere sicuramente arrivato qualcuno. Non voglio distrarmi, la maestra Riziki sta ripetendo l’alfabeto e non voglio perdere nemmeno un momento di attenzione. Mi piacciono le lettere dell’alfabeto, le metti insieme e, per magia si formano tante belle parole che posso ricevere e scambiare con gli altri. E’ po’ come fa la nonna con le spezie, quello che succede con le lettere dell’alfabeto, si mettono insieme, nelle dosi giuste e con gli accostamenti giusti e si cucinano cibi deliziosi. Attraverso la fessura della porta continuano a scorrere ombre di piedi che vanno avanti e indietro per il cortile.

All’improvviso si apre la porta e noi bambini rimaniamo abbagliati dalla luce del sole che porta con sé una figura color latte, che sorride e da quanto è bianca quasi non riesco a vedere se ha i denti. Dopo l’abbaglio iniziale riesco pian piano a distinguere meglio la sua forma. Indossa una maglietta gialla, ha i capelli color della sabbia dopo le carezze notturne dell’oceano e negli occhi sembra aver incastrato il riflesso del cielo sulle onde.
Continuando a sorridere si avvicina alla maestra, porgendole dei vasetti con una specie di zuppa colorata e dei bastoncini con dei peletti all’estremità.
Si chiama Marisa.
Non capisco quando parla, ma mi piace il suono che esce dalla sua voce, le sue parole somigliano ai suoni prodotti da un piccolo djembè. Chissà che lettere usa per creare delle parole così morbide. Marisa si avvicina a me, lascia posarsi sul banco un foglio bianco e, avendola vicina riesco a sentire la sua energia. Assieme al foglio, a ogni bambino viene dato un bastoncino peloso e un vasetto della strana zuppa colorata.
All’improvviso da dietro di me giunge un vento leggero di morbido profumo alla vanigliata e in un istante la mia mano viene avvolta da quella di Marisa che mi aiuta a tenere il bastoncino. L’intreccio delle nostre mani è stretto e saldo come nella corda lo sono i filamenti della noce di cocco. Insieme tuffiamo il bastoncino nella zuppa colorata e poi lo lasciamo viaggiare libero sul foglio bianco. Le tracce colorate prendono pian piano forma, non una forma definita. Sembra un baobab millenario o un delfino che danza sulle onde, alcuni compagni ci vedono un daladala  che percorre sudando le strade dell’isola, Duadi dice che sembra il disegno sul kitenghe  di sua sorella. Non tutto deve avere una forma conosciuta per esistere. Questo disegno è una nuova parola che abbiamo creato insieme, Marisa ed io.
Con gli altri compagni ha creato altre nuove parole, ognuno di noi ha una parola segreta con lei, plasmata con i nostri spiriti, trascinando e lasciandosi trascinare, dando e ricevendo.

Sono forze magiche queste parole, rimangono per sempre, non sul foglio che l’acqua riesce a sciogliere ma dentro di noi.

> luglio 2009
> Dai volontari
>> Elena

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