Gigliola: LA PRESENZA DI DUE MONDI

Sono entrata tramite Why in una parte di mondo che da semplice turista forse non avrei potuto fare; un mondo principalmente legato alla scuola, all’istruzione, che è uno dei principali obiettivi dell’associazione. Infatti le scuole dell’infanzia sono state finanziate e costruite da Why.
La maggior parte del mio tempo si svolgeva appunto a scuola, alla mattina come “maestra” mentre al pomeriggio come “artista” ovvero dipingere l’edificio scolastico sia internamente che esternamente.
E’ stato detto, che c’è stata una riunione in cui sono state informate le insegnanti dell’arrivo dei volontari, i quali sarebbero stati presenti nelle scuole durante le tre settimane di permanenza. Pertanto ci sono stati degli incontri , nei quali io assieme agli altri abbiamo preparato diverse attività da proporre con utilizzo dei diversi materiali (tempera, gommapiuma , dido’, matite colorate…) da svolgersi durante le mattinate.

Mi chiedo: fino a che punto erano d’accordo? Hanno dovuto accettare in silenzio? O erano entusiaste di questa proposta didattica  e quindi è stata pienamente condivisa?
In alcuni momenti mi sentivo una vera e propria estranea…l’intrusa straniera che piomba in una realtà con la pretesa di insegnare un possibile metodo…dall’altra le maestre che in qualche modo si sono adattate, volente o nolente, a questa situazione di “intrufolamento” da parte mia e di tutti i volontari.
Chi accoglieva con entusiasmo e voglia di fare perché ciò poteva costituire una novità o uno spunto per la loro programmazione e chi invece con totale assenza o rassegnazione. Questa la mia impressione.
In modo velato si cela la pretesa dell’uomo bianco (in swahili: mzungu) di dover insegnare, di dover agire, di dover mettere del suo…

I bambini? Qui si apre un bel meraviglioso mondo, sono spontanei, naturali, si precipitano verso di te, si buttano tra le tue braccia: alcuni sorridenti, altri invece più riservati e malinconici che aspettano che ti avvicini ancora di più per creare prima un contatto di sguardi.
Con altri purtroppo non potevo nemmeno avvicinarmi, perché non avevano mai visto un uomo o una donna bianca senza velo o semplicemente per timore di aver di fronte degli sconosciuti.
E’ bello vedere come si divertono e quanto sono creativi nel gioco utilizzando materiale legato alla vita quotidiana: barattoli, piccole casse, ruote di bicicletta o di macchina, noci di cocco, bastoni di legno, sacchetti o bottiglie di plastica e altro ancora. E soprattutto quanto sono liberi dopo la scuola di tornare a casa da soli correndo per le strade del villaggio.

Pensavo alla realtà in cui vivo e al mio passato di insegnante: impensabile mandare un bimbo di 3-4 anni a casa da solo. Non esiste. Al di là dei pericoli, al di là della città o di un piccolo paese di montagna, in cui si conoscono tutti. Non esiste e purtroppo non è possibile.
I bambini così come alcune persone del villaggio ti salutano sempre, anzi c’è proprio un vero e proprio rituale legato al mondo del saluto, infatti potrebbe protrarsi per ore e ore.
E non nascondo che da una parte mi dispiaceva dover interrompere tale rituale causato dalla mia limitata conoscenza dello swahili. Chissà quanto avrei resistito! Non esiste la concezione di perdere tempo per chiedere come sta una persona!

La vita a Zanzibar? E in particolare a Jambiani?
Zanzibar è un’isola meravigliosamente splendida con lunghe spiagge di sabbia bianca e finissima, un mare incantevole con svariati toni di blu, azzurro e verde e per quanto lo si guardi non è mai uguale, perché già un minuto dopo ha cambiato colore.
Un mare anche scherzoso con il suo gioco della bassa e alta marea… :stavo un po’indietro per bagnarmi quel poco che già nel giro di pochi secondi mi trovavo invece spruzzata o meglio lavata completamente.
Per chi vive a Jambiani, un villaggio di circa 6.000 abitanti che si trova nella parte più a sud dell’isola ( 70 Km circa da Stone Town, capitale di Zanzibar) invece, il mare non è né sinonimo di vacanza esotica né costituisce relax, riposo e quiete bensì è fonte di sostentamento attraverso la pesca o la coltivazione delle alghe.

Un mare, quindi, che amo definire silenzioso, immenso e deserto:
Silenzioso perché le donne stanno piegate o sedute nell’acqua per ore ad annodare con precisione e scrupolosità le alghe ai fili per evitare che scivolino via e proprio per questo motivo non c’è tempo per chiacchierare, in quanto ognuna ha il suo campo da gestire e da terminare prima che arrivi l’alta marea.
Immenso perché nonostante le numerose barche dei pescatori presenti in riva sembrano poche di fronte alla maestosità del mare.
Deserto perché gli abitanti non hanno l’usanza di farsi il bagno, i bambini non sanno nuotare e non amano così tanto l’acqua e la sabbia come potrebbe essere per un bimbo/a italiano/a.

Durante queste 3 settimane ho vissuto come in due mondi paralleli, Nord e Sud del mondo insieme, da una parte il turismo per uomini bianchi e ricchi con tutte le comodità e servizi, dall’altra invece la gente locale che vive e sopravvive in modo dignitoso.
Ho fatto fatica ad accettare questo contrasto molto evidente e molto vicino anche come spazio fisico: i bungalow per turisti confinano con le baracche del villaggio.
Mangiare e bere, acqua a disposizione per lavarsi o lavare: due modalità diverse in questi 2 mondi. Ad esempio la colazione : Il semplice gesto meccanico del bere il caffè al mattino da una parte implica il fatto di andare a recuperare la legna, portarla in spalla da lunghe distanze, fare il fuoco per bollire l’acqua; la quale è stata  precedentemente raccolta in una tanica riempita da un pozzo più vicino; dall’altra il forno elettrico a disposizione e acqua dal rubinetto per volontari oppure i bungalow dei villaggi turistici in cui sì è riveriti e serviti in abbondanza. Forse troppa.

Mi dispiace di non aver avuto la possibilità di entrare più da vicino nel contesto della vita delle persone con le loro abitudini e stili di vita. Forse per il tipo di esperienza, come quella di un campo-lavoro, non poteva starci o per questioni organizzative non si poteva.

Il tempo in Africa non esiste, non conosce fretta e stress, si prende quello che di buono può offrire il giorno, dal cibo al sole, dall’aria alla poggia; quello che la natura, la Madre Terra può donare. Si vive il presente, il qui ed ora senza ansia per il futuro.
Gli animali, cani, mucche, galline circolano liberamente lungo la strada dissestata e sassosa che attraversa il paese.
E scende la notte molto presto, ancora verso le 18.00-30, dato che è periodo invernale. Logicamente non è paragonabile al nostro inverno: la temperatura è mite, 30°-35°durante il giorno, 26°-28° di notte; clima secco e ventilato. Ma la notte regala un magnifico e grandioso cielo stellato e luminoso, con la presenza della luna, così vicina e suggestiva, a volte bianca, molto bianca , a volte con tinte rosee e rosse. Una vera e propria magia lunare.

La scuola che mi è rimasta più nel cuore è quella di Uzi, sarà perché per arrivarci bisogna inoltrarsi in una strada ancora più pietrosa e sconquassata e in alcuni tratti è presente, a causa dell’alta marea, l’acqua a tal punto che una volta siamo dovuti scendere e proseguire a piedi.
Che emozione camminare in una strada coperta d’acqua! E vedere così da vicino le mangrovie con le loro acrobatiche radici!
Vengo a sapere che le mangrovie si riproducono lasciando cadere il seme nel fango, che se rimane dritto formerà una nuova pianta, in caso contrario niente vita.Mi avvicino verso un baobab, una pianta tipica in Africa che assomiglia ad un albero vero e proprio, famoso per la sua capacità d’immagazzinamento d’acqua all’interno del tronco rigonfio, che riesce a contenere fino a 120.000 litri d’acqua per resistere alle condizioni di siccità. I rami, disposti a raggiera alla sommità dei tronchi, sono del tutto spogli durante la stagione secca.
Le persone del villaggio parlano sottovoce, ci guardano, ci osservano e sembrano un tutt’uno con l’ambiente.
Che silenzio intorno, parla una natura ancora incontaminata e sconosciuta dal mzungu turista.
E’ questo il silenzio che vorrei portarmi via… Per me niente “mal d’Africa”, come si dice, quando si rientra, ma l’armonioso silenzio della natura ancora intatta, la dolce quiete africana, l’intensità e la profondità degli sguardi delle persone del luogo.

> luglio/agosto 2010
> Dai volontari
>> Gigliola